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L’ineludibilità della Pasqua

Al centro del nostro anno liturgico c’è la Pasqua, sottolinea l’autore di queste «Lettere quaresimali» appena pubblicate, anzi possiamo dire che «In principio era la Pasqua». Le riflessioni dell’archimandrita Savva vogliono confortare la nostra tristezza.

Digiunare o astenersi?
Il discorso sulla quaresima va cominciato dai termini, dal «lessico quaresimale». Qui sono tre le radici più note: il sostantivo «digiuno» (post), i verbi «digiunare» e «astenersi» (postit’sja, govet’), gli aggettivi «magro» e «grasso» (postnyj, skoromnyj).
Partiamo dal termine più piacevole, «grasso», l’ultimo della lista... Questa espressione che si applica al cibo («mangiare di grasso») si è nel tempo allargata anche ad altre sfere: una «battuta grassa», ad esempio, sta a indicare un atteggiamento indiscreto, grossolano, passionale. Non sembrerebbe esserci niente di male nel cibo grasso, anzi il burro ravviva i colori della vita quotidiana... ma i nostri padri hanno usato quest’immagine culinaria per sottolineare l’untuosità del peccato, delle basse inclinazioni, la necessità di tenere a freno tutto questo grasso ribollire.
La nostra parola post (digiuno), che ci sembra così casalinga, in realtà non lo è affatto, secondo una delle versioni proviene dall’antico germanico fasto... mentre il verbo govet’ (astenersi) è originariamente slavo, e significa «mostrare rispetto, rendere onore». La stessa radice la percepiamo nel verbo blagogovet’, cioè usare profonda venerazione. E vorrei ricordare anche l’aggettivo, ormai dimenticato, govejnyj. Esisteva un’espressione particolare, govejnyj otrok, che indicava un giovane non ancora unitosi in matrimonio, per significare che era puro, intatto, immacolato.

Voi mi chiederete, digiunare e astenersi (postit’sja e govet’) sono sinonimi? Non del tutto. Se il primo mette l’accento sulla rinuncia al cibo, il secondo vuol esprimere una trepidazione interiore, una commozione davanti alla sacralità, un senso di profondo rispetto.
Digiunare è l’azione che si vede dall’esterno, una determinata forma, una ritualità, una posa.
Astenersi è un gesto dettato dal profondo di sé, molto personale, che implica un’estrema emozione.
Il digiuno fa pensare a volti pallidi, voci sommesse, risposte secche, discorsi contenuti, alla consapevole mortificazione dei propri sentimenti.
L’astinenza è uno sguardo ardente, prontezza ad agire, viva concentrazione, risoluta vigilanza...
Il digiuno è cenere; l’astinenza è fiamma.
Ci si può astenere, ma non digiunare.
Si può digiunare, ma non astenersi.
Il rinunciare al cibo non è ancora indicativo dell’ardore interiore e della pura commozione che costituiscono l’asse portante del senso religioso. Ma questo interiore «timore e tremore» non può conservarsi a lungo senza tradursi in un gesto o in un rituale. Ha bisogno di esternarsi. E quanto più forte è il sentimento, tanto più esige di manifestarsi, ha un bisogno irrinunciabile di diventare gesto e segno, di rendersi evidente. Come un adolescente innamorato aspira a grandi, insuperate gesta, così un uomo che sia realmente commosso davanti alla Verità prova l’impulso di esprimere in maniera radicale questo sentimento. Da questa emozione interiore sono nati tutti i nostri rituali e pratiche religiose.
Di per sé, nella rinunzia al cibo non c’è niente di originale. È un segno culturale universale, comune a tutta l’umanità, non è attributo esclusivo o invenzione di una determinata religione o popolazione. Si astenevano dal cibo gli asceti indiani, i profeti ebrei, i pitagorici siciliani, e oggi anche gli uomini politici e le attrici in carriera. In questa forma universale ognuno ci mette il suo significato.

È ben chiaro a tutti perché facesse lo sciopero della fame il Mahatma Gandhi, o perché stia a dieta una fotomodella. Perché i cristiani si astengono dal cibo durante la quaresima? Per depurare l’organismo? Nessuno rida, proprio così molto spesso la gente interpreta il digiuno, l’ho sentito dire più di una volta. La risposta più semplice invece la trovate nel Vangelo: «La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6,45). La sovrabbondanza del cuore esige un gesto, un sacrificio, una traduzione in segni. La sovrabbondanza del cuore va a cercare istintivamente qualcosa di grande, ma formalmente inutile. I cristiani non digiunano per motivi di salute. Il digiuno è inutile, come sono inutili i fiori. Ma un innamorato può mettere sottosopra tutta la città, spendere i suoi ultimi soldi, perché la sua ragazza riceva il mazzo di fiori più bello del mondo.
L’ardore del cuore è il motivo per cui si digiuna, cioè ci si astiene dal cibo. L’astinenza è ardore, è il fuoco interiore della fede, la trepidazione che ci coglie davanti alla sacralità del mistero. Per mantenere in vita questo fuoco bisogna spegnere tutti gli altri incendi, eliminare qualsiasi altro fumo intorno. È questa trepidazione che cerchiamo nell’esperienza del digiuno. Gli sforzi esteriori, cioè l’astenersi dal cibo, l’arida, formale disciplina, aiutano a ravvivare questo ardore interiore.
E se questo ardore non ce l’ho? Non preoccupatevi. C’è tutto. E sarà proprio la semplice disciplina quaresimale ad aiutare a scoprire e a ravvivare questo fuocherello trascurato, che parrebbe sul punto di spegnersi.


key-words: quaresima, digiuno

Mažuko Mazuko



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