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Nerses l’armeno e la sua «Chiesa mite»

Secoli dopo lo scisma due vescovi armeni richiamano all’unità i cristiani, affinché Cristo sia al centro e la carità unanime. Se non ammiriamo l'altro, vince il cieco orgoglio. Un ecumenismo ante litteram che ha lasciato segni tangibili nella tradizione.

Per Nerses il grande nemico dell’unione è un esagerato senso di appartenenza nazionale: «L’armeno sempre grida: Dio mio ti ringrazio che non mi hai fatto greco, e il greco ripete la stessa cosa... La natura della nazione non è malvagia (…) perché molti persiani piacquero a Dio e furono eletti». Eppure, dice Nerses, ci è stato chiesto di allontanarci dagli eretici: «Ma noi tutti siamo eretici e non solo alcuni di noi, perché eretico significa divisore». «Ma tu dici: Mi ritraggo, per non essere sporcato da lui, che è armeno, oppure io, che sono armeno, dal greco (…). Un cristiano sporca un cristiano? Non evitiamo i pagani, eppure non ci sporchiamo e noi, membra gli uni degli altri, per stupide opinioni ci ritraiamo come da immondi (…). Le due parti sono un’unica fede, eppure ci consideriamo vicendevolmente impuri a causa di parole o di termini.

(…) Noi preghiamo per tutti i cristiani della santa Chiesa e tu, che sei cristiano, vivo o morto, sei contenuto nelle mie preghiere e nelle sue, e quando credi a tutta la Chiesa, anche la preghiera dei cristiani che sono in Spagna è mia, perché sono cristiano come loro; e la preghiera di me che sono in Cilicia è loro, perché anche loro credono come me».

Se nel passato le Chiese non si fossero scambiate usi e tradizioni, afferma Nerses, saremmo molto più primitivi nel culto di quanto siamo oggi. È difficile trovare altrove, e già nel XII secolo, un così profondo desiderio di unità, una così grande coscienza che la divisione fra cristiani è un grave peccato, e un così forte desiderio di ristabilire l’unità.



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