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Teofilius Matulionis, un lituano martire

La Lituania offre alla Chiesa universale un’altra grande figura di martire del XX secolo, l’arcivescovo Matulionis. Durante i festeggiamenti si è tornati a riflettere su cosa insegni ai giovani d’oggi l’esperienza dei cristiani sotto il totalitarismo.

Durante la solenne celebrazione eucaristica presieduta a Vilnius dal cardinal Angelo Amato, prefetto per la congregazione dei santi, è stato proclamato beato Teofilius Matulionis, arcivescovo di Kaunas morto martire nel ’62 dopo un ventennio di prigionia e persecuzioni da parte del regime sovietico. L’evento assume una carica storica particolare, dato che si tratta della prima beatificazione di un lituano che viene celebrata in terra lituana. Nel 1987, infatti, un altro prelato lituano, Jurgis Matulaitis, fu beatificato a Roma da Giovanni Paolo II in occasione delle celebrazioni per il sesto centenario del battesimo della Lituania: allora il regime sovietico non aveva infatti permesso che l’evento si celebrasse in patria.

Si tratta dunque di un avvenimento in cui la celebrazione delle virtù di fede di questo testimone di Cristo diventa nel contempo l’occasione in cui la Chiesa lituana mostra a sé stessa e al mondo il proprio volto dopo 26 anni di libertà. Sia la stampa laica che quella cattolica hanno seguito da vicino le varie tappe che hanno portato alla celebrazione del 25 giugno, trasmessa dalla televisione nazionale, segno che l’evento ha avuto una rilevanza mediatica di rilevo. A un quarto di secolo dall’indipendenza, il dato di questo interesse rimane notevole, poiché, se un tempo la manifestazione del senso di appartenenza nazionale per tutti i lituani era strettamente legata ai simboli e al linguaggio religioso, oggi certamente non è più così. Per questo l’attenzione che il beato Teofilius Matulionis ha destato nei lituani è segno di qualcosa di nuovo.

La lunga vita di quest’uomo si intreccia con la travagliata storia della nazione lituana fra il XIX e il XX secolo. Teofilius Matulionis nasce in un paesino di campagna nel 1873, periodo in cui l’odierna Lituania apparteneva ancora all’Impero russo. Ordinato sacerdote nel 1900, si trasferì poi a Pietroburgo dove si occupò della costruzione della chiesa del Sacro Cuore, i cui lavori si interruppero però con la rivoluzione del ’17, pochi mesi prima del giorno in cui la sua patria si sarebbe costituita per la prima volta come nazione indipendente.
Il sacerdote lituano cominciò dunque a patire le persecuzioni del regime ateo un ventennio prima che il suo paese subisse l’occupazione Sovietica del giugno ’40. Matulionis sarebbe tornato in patria solo nel ’43 dopo l’ordinazione episcopale clandestina, cui seguì la nomina a coadiutore della diocesi di Mogilev. Prima del ritorno in Lituania, il futuro arcivescovo aveva già subito due arresti e la detenzione nel lager delle isole Solovki. Nel ’46 subì il terzo arresto e la condanna a dieci anni di lager in Siberia, terminata la quale proseguì il suo servizio alla Chiesa come amministratore della diocesi di Kaišiadoris. Teofilius Matulionis morì a settantanove anni il 20 agosto 1962 in seguito a una estenuante perquisizione del suo alloggio da parte della polizia.

Si potrebbe dire, da un punto di vista laico, che Matulionis fu un testimone della difficoltà di essere lituani. Trascorse l’infanzia all’epoca in cui l’Impero sovietico attuava una forte politica di russificazione (la lingua lituana doveva essere scritta in caratteri cirillici e non latini, e l’insegnamento della lingua nazionale era fortemente penalizzato) e visse nella Lituania indipendente solo per vederla spartita per tre volte fra tedeschi e sovietici. Condivise la deportazione siberiana con migliaia di suoi concittadini e morì quando il regime sovietico occupava la Lituania da un numero di anni pari al tempo della sua prima, travagliatissima indipendenza.
È perciò naturale che si guardi a quest’uomo come al rappresentante dell’esperienza e dell’identità collettiva, nonostante la Lituania di oggi sia molto diversa da tutte le «Lituanie” che Matulionis ha attraversato, e le difficoltà, anche drammatiche, che la società lituana attraversa oggi siano quelle di un paese libero e laicizzato, e non quelle del paese sotto il giogo totalitario. Perciò in questa grande figura oggi viene additato ciò che rappresenta un valore eterno e non solo storicamente contingente. Ad esempio, il tema della libertà è diventato la chiave di lettura della testimonianza di questo martire cristiano, come traspare da diversi contributi apparsi sulla stampa cattolica: «Il martirio non si realizza in un attimo, ma è l’illuminazione, il consolidamento di una maturazione che dura tutta una vita, qualcosa capace di rendere vero il paradosso più incredibile: l’arcivescovo T. Matulionis scrisse sulla sua fotografia che spedì dal carcere della Mordovia: “un prigioniero libero»”» (Roma Zajančkauskienė).
La canonizzazione è stata l’occasione per la Chiesa lituana di dare un forte messaggio ai propri giovani, convenuti a Vilnius in più di seimila per una tre giorni di condivisione sul tema La verità vi farà liberi. Matulionis è stato preso come figura esemplare nell’affrontare temi come vocazione, impegno e libertà. In una situazione in cui i giovani hanno radicalmente cambiato i modi di partecipare alla vita della Chiesa, la sua figura è stata mostrata per ciò che ha di perennemente significativo per un giovane.
Così Donatas Puslys, redattore del portale cattolico Bernardinai.lt, commenta alcune frasi dell’arcivescovo Matulionis: «“…ho iniziato a dubitare della mia vocazione sacerdotale”. Sì, Matulionis aveva dubitato della propria vocazione e questa è la dimostrazione che la vocazione non è un’autostrada che va diritta verso l’obiettivo finale. C’è dentro di tutto: successi e insuccessi, il fervore e i dubbi. La cosa più importante è essere sinceri e non mentire a sé e agli altri».
Puslys prosegue cosiderando il senso di apatia che sembra pervadere le nuove generazioni: «Purtroppo oggi mi sembra che abbiamo costruito un muro pericoloso e artificiale fra la libertà e l’impegno. (…) Teofilius ha testimoniato il contrario: che l’impegno è il compimento della libertà. Sono libero di scegliere a chi consacrare la mia vita, dunque avendo scelto fino in fondo devo rimanere fedele e vivere la mia vocazione». Questo testimonia e conferma la dedizione di Teofilius Matulionis ai fedeli russi tra cui si trovava a svolgere il proprio ministero, anche se non dimenticava mai la propria comunità d’origine e ogni giorno sperava di poter tornare da quelli che era stato chiamato a servire.

Proprio questa dedizione al prossimo libera da schemi, pregiudizi e steccati nazionali, così ben inscritta nella vocazione sacerdotale di Matulionis, è stata riconosciuta come particolarmente significativa per comprendere l’attualità del nuovo beato rispetto al tema dell’appartenenza nazionale. Ci si può infatti chiedere se Matulionis possa essere a ragione considerato un «santo nazionale».
A questa provocazione ha risposto Paulius Subačius, professore della facoltà di Lettere dell’Università di Vilnius: «Oserei dire che, fra tutti i candidati alla beatificazione e alla santità, l’arcivescovo Teofilius Matulionis rappresenta qualcosa di assolutamente non-nazionalistico. La fede dell’arcivescovo Teofilius, la sua personalità, l’opposizione ai regimi totalitari erano assai più importanti della patria. Ha svolto il suo ministero in favore di una moltitudine di persone: lituani, lettoni, bielorussi, russi, soprattutto nei lager in cui l’arcivescovo fu imprigionato. Lì si trovava imprigionata un’enorme varietà di persone appartenenti a tutti i popoli. L’arcivescovo Teofilius Matulionis è stato nel vero senso della parola un sacerdote, un vescovo della Chiesa universale. È un lituano martire, e non un “martire lituano”».
«Diciamo di essere un paese di martiri, – ha aggiunto il prof. Subačius, – un paese in cui le sofferenze causate dal totalitarismo appartengono alla memoria familiare e personale di ciascuno», drammi che si riassumono nella vicenda di questo beato. Matulionis visse questo martirio salvando il calore della propria umanità: «Era una persona veramente semplice, non un amministratore isolato e distante ma uno vicino a ognuno, preoccupato delle cose semplici; un prigioniero del lager, un uomo che credeva nelle persone e che rimase loro fedele. Teofilius Matulionis fu una persona semplice ed eccezionale».

In questo senso l’arcivescovo appena beatificato ha qualcosa di importante da comunicare all’identità nazionale della Lituania contemporanea, poiché non visse l’appartenenza alla propria nazione come un oggetto della lotta, ma come la radice di un’umanità da condividere. In questo egli è testimone della possibilità di definire la propria identità nazionale non a partire da ciò che si è sofferto o dai nemici cui si è resistito, ma dalla letizia per ciò che di grande si è portato nella storia.


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