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San Nicola, tra Mosca e Kiev

Grande agitazione nel Patriarcato di Mosca per due leggi in discussione al parlamento di Kiev, che facilitano l’esodo delle parrocchie a nuove giurisdizioni ortodosse. Gelosie ecclesiali, calcoli politici, per tutti la tentazione di appoggiarsi alla forza

Non poteva scegliere momento più propizio per visitare la Russia, san Nicola, che nella tradizione della Santa Rus’ – l’antica denominazione comprendente le popolazioni delle attuali Russia, Ucraina e Bielorussia – è invocato come «pronto soccorritore nelle calamità». Le sue reliquie, giunte da Bari domenica scorsa e accolte a Mosca tra il festoso scampanio di tutte le chiese della capitale, resteranno esposte alla venerazione dei fedeli fino al 28 luglio, festa di san Vladimir, il principe che nel 989 battezzò la Rus’ di Kiev.

La «calamità» che incombe oggi è l’ingigantirsi della divisione tra popolazioni e Chiese che dall’inizio del conflitto ucraino minaccia questi paesi. Le due Chiese ortodosse presenti in Ucraina, la Chiesa canonica dipendente dal Patriarcato di Mosca e il Patriarcato di Kiev sorto da uno scisma con Mosca all’inizio degli anni ’90, rischiano sempre più di essere identificate con le due parti in conflitto e di venir strumentalizzate nei loro giochi politici. L’ultima, pesante querelle è sorta intorno a due disegni di legge sulle organizzazioni religiose che il parlamento ucraino avrebbe dovuto prendere in esame il 18 maggio (per il momento sono stati rimandati). Il primo (N. 4128), che va a modificare la legislazione vigente sulla libertà di coscienza e le organizzazioni religiose, darebbe alle parrocchie il diritto di decidere autonomamente se cambiare giurisdizione. In altri termini, le singole parrocchie potrebbero decidere legalmente di uscire da una Chiesa ortodossa per aderire a un’altra.

Il secondo disegno di legge, N. 4511, «Sul particolare status delle organizzazioni religiose i cui centri amministrativi si trovino in Stati riconosciuti dal Parlamento dell’Ucraina come paesi aggressori», prevede limitazioni alle attività di tali comunità, che dovrebbero ricevere il nullaosta delle autorità ucraine per poter eleggere i membri della propria gerarchia e invitare funzionari e predicatori dall’estero. In linea di principio, il disegno di legge prevede addirittura che un’organizzazione religiosa possa essere vietata qualora si scopra che collabora con i terroristi (evidente il riferimento alla collaborazione della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca con le autorità delle repubbliche separatiste di Lugansk e Doneck).

I provvedimenti legislativi hanno provocato una violenta levata di scudi da parte del Patriarcato di Mosca, il quale, dichiarando che i due provvedimenti sono gravemente lesivi dei diritti civili e religiosi, oltre che finalizzati a minare alle fondamenta le posizioni del Patriarcato di Mosca in Ucraina, ha fatto un pressante appello all’opinione pubblica perché vengano adottate misure atte a bloccare l'adozione di queste leggi: una petizione firmata da 300mila fedeli, manifestazioni di piazza di fronte al parlamento, una lettera aperta (ampiamente ripresa dai media federali) del patriarca Kirill al presidente ucraino Porošenko e ai partecipanti delle trattative quadrilaterali del «Gruppo della Normandia», oltre che ai primati delle altre Chiese ortodosse, a papa Francesco, al Segretario generale dell’ONU Guterres e al Segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese Olav Fykse Tveit.

In realtà, la situazione è più sfaccettata di quanto possa sembrare a prima vista. Ad esempio, vari osservatori in Ucraina e in Russia invitano a fare dei distinguo fra i due disegni di legge: nel primo progetto si danno sufficienti garanzie che a scegliere la giurisdizione non saranno estremisti mandati dall’esterno a votare «a comando», ma i parrocchiani reali, la cui identità sarà confermata da organismi ecclesiali quali il consiglio parrocchiale. C’è addirittura chi – come il diacono Andrej Kuraev – auspica che a questo primo passo verso la «democratizzazione» della vita della Chiesa ne seguano altri, come un maggior influsso dei laici sulla vita della parrocchia, una maggior trasparenza finanziaria da parte del parroco e così via.
D’altro canto, nel clima di violenza creatosi, è abbastanza chiaro a tutti che la nuova legislazione è finalizzata a porre la Chiesa del Patriarcato di Mosca in Ucraina di fronte a scelte radicali: vivere assoggettandosi a determinate restrizioni, oppure chiedere l’autocefalia da Mosca – due alternative che essa attualmente sente come inaccettabili. È fin troppo facile concludere, come fanno vari commentatori, che Mosca non ha il diritto morale di appellarsi alla giustizia. Come scrive Kuraev: «È vero, le autorità ucraine sono irritate dal fatto che dal pulpito i preti facciano propaganda per il “mondo russo”. Ma provate a immaginarvi la situazione opposta, in Russia si permetterebbe forse ai preti di esprimersi ufficialmente contro la politica statale? Io credo che nel nostro paese la reazione sarebbe ancor più categorica. Insomma, questo progetto di legge è solo un’estrema forma di autodifesa dello Stato ucraino dall’autorità della Chiesa ortodossa russa. Non vieta la sua attività in Ucraina, come molti credono, cerca semplicemente di limitare il più possibile il suo influsso politico». In altri termini, le autorità ucraine non fanno che replicare la politica di restrizioni che la Russia – senza avere una guerra in casa – negli ultimi anni ha applicato in ambito religioso. Lo sanno bene le minoranze religiose (tra cui gli stessi cattolici), discriminate, ad esempio, rispetto alla possibilità di vedersi restituiti gli edifici di culto sottratti in epoca sovietica, proprio perché hanno i propri «centri amministrativi» all’estero...

Ma tutte queste argomentazioni non arrivano ancora al cuore del problema. La cosa più triste è vedere come ci si sia allontanati dal sogno di libertà del Majdan, dal primato della persona che per mesi è emerso nelle testimonianze di chi ha vissuto quell’esperienza. Si è preferito – per comodità, o illudendosi che questo sia un metodo più efficace – imbracciare le stesse armi della costrizione contro cui era insorta la protesta della piazza. Un governo non può permettersi di legiferare in materia religiosa, ingerendosi in una sfera che non è la sua, ma soprattutto le Chiese non dovrebbero acconsentirvi, cedendo alla tentazione di farsi supportare dal braccio secolare per risolvere i problemi, piuttosto che affidarsi alla persuasività della fede stessa. L’equivoco che ha condotto a un episodio squallido – comunque lo si consideri – come fu il «Sinodo di Leopoli» del 1946, che segnò la soppressione forzata della Chiesa greco-cattolica con l’aiuto di Stalin, l’incarcerazione e la repressione di migliaia di fedeli, nell’illusione di poter ricomporre a forza un’unità infrantasi secoli prima, è lo stesso equivoco in cui ancor oggi le Chiese rischiano di cadere, in Russia e in Ucraina.
Sembra utopistico sperare che l’arrivo di san Nicola, il santo che ha difeso impavidamente la verità e l’unità della Chiesa in tempi non certo più facili dei nostri, possa segnare un nuovo inizio per la Chiesa della Rus’. Eppure le masse di pellegrini che già cominciano a spostarsi per venire a venerarlo indicano un impulso religioso, un desiderio di salvezza che la Chiesa non può non sentire come propria suprema, unica missione.



key-words: Ucraina, Kirill, legislazione

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