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La fatalità chiede l’abisso del silenzio

Mi chiederete cosa c’entra l’icona. L’icona della Vergine è colma di silenzio.
Davanti a quello che è successo ai bambini a Kemerovo non si trovano parole adeguate.
C’è il cordoglio, naturalmente deve esserci.
Ma anche questo soccombe sotto il peso dell’avvenimento stesso. Ci sono state stragi molto più grandi come l’olocausto, il genocidio degli armeni, i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, quelli più recenti a Groznyj, quelli attuali in Siria, nel Donbass…
Ma la mia immaginazione non trova altri connubi simili tra incubo e assurdo.
Parlare coi figli al telefono, sentirli rispondere ancora vivi e vegeti e sapere che tra un attimo, in una città in tempo di pace, bruceranno vivi e tu, a pochi metri da loro, non puoi fare nulla.

Nessuno voleva far del male a quei bambini: né quel brutto ceffo del governatore, né il suo vice, né l’impresa edile che ha raffazzonato alla bell’e meglio un edificio malfatto, né la donna che casualmente ha chiuso a chiave le porte dall’esterno, né la sicurezza antincendio, né i soccorritori rimasti imbottigliati mezz’ora nel traffico, né il proprietario del centro commerciale che stava godendo i proventi del suo business su un’isola lontana…

Tutti costoro avrebbero voluto, se non altro per amor di tranquillità, che niente del genere accadesse, così da poter continuare a vivere come prima. Ma questa cosa è accaduta e a noi si sono inceppate le parole. Oppure, viceversa, sono traboccate fuori ma non quelle giuste. Erano parole misere, banali e superflue. In particolare si sono distinte le parole dei nostri colleghi clericali: perché mai portare i bimbi a divertirsi durante la Quaresima? poi quei bambini, se fossero diventati grandi, avrebbero potuto peccare molto e perdere la vita eterna.
Non ce la faccio a rispondere, tranne che anche questa volta hanno perso una buona occasione per stare zitti. E anche la poesia, bella e arcana, sulla bimba bruciata nel passato a Londra, mi sembra un'altra occasione persa. Perché l’eco poetica dell’altrui esperienza non si può paragonare col dolore vivo.

E allora rispondo alla domanda: il silenzio dell’icona ci permette di tirare fuori quel che abbiamo dentro. Esso fa crescere in noi il discorso interiore, che è diverso in ciascuno, e che non ha bisogno di parole generiche, «esteriori». Troviamo ciò che avremmo voluto dire, ritroviamo noi stessi in questa comunicazione muta. E il volto della madre di Dio, le sue mani che accolgono le sciagure degli uomini sono per noi la vera parola di compassione e di misericordia per i viventi e per i morti tragicamente.

Zelinskij