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Tutti zitti, si vota

In un certo senso queste sono state le mie prime elezioni.
Le altre volte ho votato a caso, scegliendo degli sconosciuti negli elenchi dei candidati dell’opposizione. Non c’è niente da stupirsi, i docenti universitari quasi mai appoggiano il governo. Compresa l’attuale amministrazione di Mosca.
Io sono moscovita purosangue e mi fa male vedere come trattano la mia città persone cui non interessa un fico dei boulevard, delle vie e dei cortili in cui ho trascorso l’infanzia e la giovinezza. A loro non dice niente la Mosca irripetibile che io ricordo. Io penso che la mia città stia diventando ogni giorno più ostile alla vita, più cara, invivibile e brutta. Inoltre sono sinceramente convinta che i pubblici amministratori vadano cambiati più spesso, perché succede troppo facilmente e troppo in fretta che qualsiasi piccolo funzionario si trasformi in un dittatore certo della propria infallibilità.
Quel che volevo era che cambiasse l’amministrazione del mio quartiere, nella mia città.

Ero pronta come sempre ad andare al seggio, ma è capitato che sui social sono stata interpellata dai ragazzi del blocco d’opposizione, che mi hanno chiesto un aiuto. I giovani candidati a consiglieri comunali mi hanno invitato a un loro incontro e mi hanno proposto di fare un’intervista: io, in qualità di abitante di un «quartiere dormitorio» nel settore ovest di Mosca, dovevo fare delle domande a quelli che volevano entrare in politica per difendere i miei interessi.
– Chi siete? Perché volete entrare in politica? Cosa intendete fare se vi eleggeranno?
Abbiamo parlato in una calda sera d’estate, in un cortile di Mosca.
Riflettori, cinepresa, troupe televisiva. Ed io coi giovani candidati seduta tra le altalene.
Noi parlavamo e un po’ più in là si raccoglieva la folla. La gente si fermava e ascoltava. Chi è? Di cosa parlano? Quando la folla si è ingrossata, ho chiamato la gente: «Venite qua! Sono i vostri candidati!».
Belli. Giovani. Ambiziosi. Capaci. Con una buona formazione e ottime prospettive. Pronti al lavorare non per il proprio tornaconto personale – già ce l’hanno il benessere – ma per la società. Perché il governo non si intaschi i soldi per il restauro degli ingressi condominiali. Perché invece di costruire asili non costruiscano parcheggi. Perché i mezzi pubblici siano agibili e la città sia una città, e non un’immensa fiera di cattivo gusto.
I miei candidati mi hanno sorpresa perché non avevano paura della folla, ma anzi le andavano incontro, parlando e ascoltando. Poi il municipio ha capito quello che io avevo capito subito, e cioè che dei candidati di quel genere non gli servono.

Sono state le elezioni più silenziose che mi ricordi.
Non una parola sui canali cittadini. Non un foglietto informativo nelle bacheche degli avvisi. E la «Festa della città» indetta proprio nel giorno delle elezioni, come a dire: andate a divertirvi, non fatevi distrarre, perché buttare il tempo in un seggio elettorale? I miei candidati hanno fatto personalmente il giro dei loro elettori. Suonavano tutti i campanelli. Raccontavano, cercavano di convincere, spiegavano che ciascuno ha il diritto e il dovere di decidere personalmente del proprio destino.
Il giorno delle elezioni è andato a votare il 12% dei moscoviti.
Proprio a loro, a quelli che sono andati, vorrei dire grazie perché hanno sostenuto i «miei» ragazzi. Questa è la lezione principale: abbiamo preso poco. Siamo solo il 12%. Però abbiamo la nostra voce ben distinta. E se lo vorremo, ci sentiranno. Ci faremo sentire. Anche se siamo pochi.
Oggi faccio pubblicamente i miei complimenti a Tanja Krašakova, Evgenij Barkov, Denis Šenderovič. Gli auguro di diventare politici di tipo nuovo. Gente che si interessa anche di me.
È una piccola vittoria, ma importante.



key-words: elezioni

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