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La mamma è nel panico…

Mia mamma ha 82 anni ed è malata cronica. In pratica questo vuol dire che ha un sacco di problemi e guarirla non si può. Nessuna medicina può ridarle i suoi 25 anni, il sole di aprile, il vestitino a pois, l’incontro con Gagarin tornato dal cosmo, l’amore, il komsomol e la primavera. La medicina palliativa però, può aiutarla a stare meglio.
E così andiamo al CMP, Centro di medicina palliativa. Sul sito c’è scritto: «Il Centro offre cure palliative ai cittadini sia ricoverati che a domicilio. Bacino di utenza Mosca centro».
Quando provo a nominare l’ospedale, la mamma si mette a piangere. Ha paura, sta male, si sente umiliata.
Lei ha lavorato tutta la vita al Commercio Estero, è stata in Germania, Francia e Svizzera, lei «fa tutto da sola», e dunque non ha bisogno di roba come letti nei corridoi, e che invece di chiamarla «signora Valentina» le dicano «ehi, nonna».

Cerco di convincerla. Cerca di convincerla il medico. Anche le sue condizioni di salute cercano di convincerla. E finalmente decidiamo il giorno: domenica.
«Non ci sarà nessuno la domenica sera, cosa faccio io? Dormo là?», piange la mamma.
Le dico con fermezza che mandano un’auto dall’ospedale.
«Ma cosa dici?! Figurati!».
La macchina arriva. E appena si apre lo sportello della piccola Ford dell’ospedale incomincia il grande panico.
«Perché l’autista è così attento? Cosa sta succedendo?!», mi sussurra la mamma spaventata nel sentirsi dire per la prima volta da uno sconosciuto «cara signora Valentina».
Alla reception ci viene incontro una donna sorridente col camice bianco, che manda istantaneamente in tilt la mamma con una semplice frase: «Eccola qua finalmente! Già ci chiedevamo dove fosse finita…».

E qui succede qualcosa di terribile: la mamma ha dimenticato a casa una carta importante. La mamma impallidisce: «Oh Signore, come facciamo? Bisogna tornare indietro?». Tutto il personale, compresi il sorvegliante e l’autista, si getta come un sol uomo a rassicurarla che no, non è niente di irreparabile. Il documento si può far avere domani, o fotografarlo col cellulare, o mandarlo per posta, per cui non stia a preoccuparsi minimamente!
La mamma si guarda attorno stringendo al petto la borsetta. Le infermiere la fanno accomodare in camera, le chiedono se sta comoda. «Perché mi trattano così?!».
«Mamma, ti ricordi che giù c’era la foto di una donna coi capelli corti? È Vera, mamma, Vera Millionščikova. Ho cercato tante volte di raccontarti di lei».
«E che c’entra qui?».
Arriva il medico di turno, e pronuncia parole inaudite: «Lei mi permette di visitarla? O forse è stanca e ripasso più tardi?». Poi ascolta la mamma con attenzione, annota qualcosa sul notes. Se ne va.
E sulla soglia si presenta un’infermiera con in mano un’arancia: «Per lei!».
«Dove mi hai portata?! – mi grida la mamma con una voce spaventata – Ho paura! Oddio…».

L’infermiera della reception mi chiede come si trova la mamma.
«La mamma è nel panico – le rispondo – per un’ora intera nessuno le ha ringhiato contro. Non capisce perché, e s’immagina le cose più terribili».
«Non si preoccupi – ride l’infermiera, – se sarà necessario, noi due ci metteremo d’accordo e io la strapazzerò un po’…».
Siamo ricoverate al Centro già da due settimane. La vicina di letto della mamma è paralizzata, parla ma non si muove. La mamma è dura nei suoi confronti:
«Perché parlano con lei? Tanto non capisce niente…».
«Come fai a saperlo?» le chiedo prudente.
«Forse che non ce li ho gli occhi per vedere?».
«No che non vedi, infatti non sai cosa c’è nella sua testa».
«E tu invece lo sai?».
«Me lo immagino… Un giardino di lillà, il cancello, la casa sul fiume, lei ha 8 anni e la guerra è appena finita…
La mamma mi volta le spalle. Però da quel giorno non la chiama più «quella lì» ma col nome scritto sopra il letto: Anna Ivanovna.

N. Federmesser (Foto A. Danilova).

E dopo un paio di giorni incomincia a chiedermi di Vera Millionščikova, che ha aperto il primo hospice russo, e di Njuta Federmesser, che ha creato un fondo di beneficenza per sostenerlo. Ascolta intenta. Chiede come sono riuscite a ottenere che il personale tratti la gente in quel modo. Incredibile. Stupefacente. Inconcepibile. Soprattutto i malati irritanti. Quelli che si sbrodolano con la minestra e non capiscono niente. Io le cito Njuta: «Semplicemente hanno capito che si può non essere villani!».
La mamma tace per un minuto: «Neanche riesco a immaginarmelo, tanto è difficile!».

Il 9 maggio le telefono per farle gli auguri nel giorno della Vittoria. La mamma è una sostenitrice del «pugno di ferro» e del «compagno Stalin», e mi racconta della parata con grande pathos. L’ha vista in televisione. Mi parla con entusiasmo di carri armati, fucili e aviazione. Naturalmente, io ascolto e taccio. Che fare… Segue una pausa di circa tre secondi.
«Sarebbe stato bello se alla fine avessero fatto sfilare sulla piazza un carro con su una scatola piena di fiale. E avessero detto: “Ed ecco la cura per il cancro che abbiamo trovato!”».
Probabilmente questo a voi dice poco. Ma per me… non avete idea di cosa voglia dire…
E poi: «Non dimenticarti che venerdì è il compleanno della nostra Njuta!».
Njuta, lei mi ha detto che non festeggia mai il compleanno… Comunque io mando lo stesso a lei, e a quelli che lavorano con lei, questo bigliettino di auguri. Che il Signore la conservi!


Krasnova


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