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Nostalgia e compianto

Mentre cercavo delle immagini cinematografiche per illustrare la «felicità coatta» degli anni 1935-36, ho rivisto dei film della metà degli anni ’30, e ho trovato un frammento in cui si diceva «la vita è migliore, la vita è più allegra»: teatri, foxtrot, calze di seta, sembrava che il terrore scemasse. Che fosse rientrato.
Nel paese delle pari possibilità per tutti era venuto Paul Robeson [attore e cantante nero americano simpatizzante di sinistra]. Dalla Germania nazista scappavano nel paese dell’internazionalismo i comunisti tedeschi e gli ingegneri ebrei; André Gide era venuto a cercare a Mosca l’incarnazione dell’«ideale di sinistra». In realtà trovò tutt’altro, si torturò e alla fine perse ogni illusione, ma per intanto cantava anche lui la celebre ninna nanna «cento vie, cento strade hai davanti a te».
Nel 1935 gli scrittori sovietici parteciparono al congresso di Parigi in difesa della cultura, ed Erenburg scriveva a Bucharin lamentandosi che avevano mandato persone di fiducia ma non i migliori, e che Pasternak era venuto, ma solo per un giorno. Aleksej Tolstoj, nei momenti lasciati liberi dal congresso, cercava di sedurre e attirare nel paese più felice gli intellettuali emigrati, e anche in quello avrebbe avuto successo. Altri, turlupinati dalle promesse dell’NKVD, sarebbero tornati spontaneamente. Sembrava persino che neanche la Chiesa fosse tanto perseguitata…
Intanto, avevano già chiuso le sezioni ucraine, ebraiche e tutte quelle nazionali dell’Accademia delle Scienze centrale e delle varie succursali, e la fame aveva già portato via Dio solo sa quanti abitanti dell'Ucraina e della Regione del Volga; già erano stati deportati in Siberia e Kazachstan i «kulaki»… però fioriva l’amicizia tra i popoli, nel famoso campeggio Artek accorrevano bimbi dai villaggi più sperduti, e un ragazzino uzbeko danzava per il Duce nella sua dacia in Crimea. Si giravano film nazionali, i migliori poeti traducevano gli epos delle varie etnie.
In quello stesso 1936, quando uscì sugli schermi il film Il circo, interpretato dalla bravissima e infelice Orlova, Nadežda Mandel’štam scriveva nel suo diario che era cominciata una strana bonaccia, dietro alla quale incombeva qualcosa di inquietante.
Quest’ansia la sentivano in molti, però se «si può mettere una cravatta sgargiante e in miniera essere “eroe del lavoro”», se «siam tutti giovani nel nostro paese baldanzoso e splendido», se stanno ritornando gli emigrati da dove non si torna, allora magari è tutto vero?…
Sulla «Pravda» in prima pagina campeggiavano i ritratti sorridenti degli eroi del lavoro, dei campioni produttivi di ogni sorta, di insegnanti e scienziati in visita al Miglior Amico dei bambini, di ginnasti e linguisti.
Ancora due anni e sarebbe stato aperto il lager di Akmolinsk per le mogli dei traditori, dove sarebbero finite le mogli fedeli dei comunisti tedeschi e degli ingegneri ebrei, mentre i figli sarebbero stati rieducati nei brefotrofi, dove li costringevano a dimenticare non solo il nomignolo che portavano in casa ma il proprio nome e cognome. E cosa ne sarebbe stato di tutti questi comunisti, ingegneri, poeti, attori, musicisti, registi e milioni di spettatori riconoscenti che scrivevano lettere entusiaste all’«amico dei cineasti», ora lo sappiamo fin troppo bene…
Nel giro di due, tre anni avrebbero disperso quasi tutti gli studi e i teatri nazionali. Nel 1938 al poligono di Butovo avrebbero fucilato l’intera troupe del teatro lettone di Mosca; rimanevano poco più di 10 anni da vivere a Tairov e al suo teatro ebraico. Al regista ebreo Michoels ne restavano esattamente 10, e intanto, negli intervalli tra le riprese de Il circo, recitava nel Re Lear.
«Cento vie, cento strade…».
Da bambina amavo tantissimo questa ninna nanna, ma mi faceva paura. Perché mio papà sentendola piangeva, e non mi spiegava il perché.
Sì, era la malvagia imitazione dell’idillio, si ballava sulle ossa, sentimentalismo totalitario, bugie, propaganda, ma pur sapendolo, non riesco a provare disprezzo. Posso solo sentire cordoglio. Anche adesso, la ascolto e singhiozzo.


«La vita è diventata migliore, la vita è più allegra» - Stalin al I Congresso degli stachanovisti, 17.11.1935.