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«Decristianizziamoci»

Qualche tempo fa ho sentito una signora di mia conoscenza usare un brillante neologismo: decristianizzarsi. «Noi qui ci stiamo decristianizzando piano piano – ha detto con un sorriso – capisci, all’inizio degli anni ’90 era soltanto un trend ma ora l’umanità ha fatto un passo oltre, verso una nuova libertà, …bla, bla».

Non starò a controbattere le affermazioni della signora, è il verbo che ha usato che mi piace molto. Diversamente dall’espressione «rompere con la struttura clericale compromessa», che si riferisce soprattutto alla struttura in quanto tale, questo verbo mi sembra descrivere un processo più fondamentale e profondo: sui vari «piani» culturali restano le complesse costruzioni teologiche, le prassi sociali, i sentimentalismi storici, le impressioni estetiche o i serti fioriti, ma intanto si rinnega esattamente ciò che distingueva la strada al seguito del vagabondo ebreo di Nazareth da tutte le altre strade.
Questo processo, a mio modo di vedere, è quanto mai salutare.
Innanzitutto perché riconferma che il cristianesimo, se preso sul serio, è «scomodo» e «costoso», e chi sceglie qualcos’altro di più piacevole si comporta in modo molto più onesto di quelli che cercano di coniugare croce e bella vita.

Secondariamente, è curativo per la stessa comunità cristiana. Quando resteranno a far parte di questa comunità soltanto i pochi che non ci sono entrati per amore della tradizione o dell’estetica, per un gioco di ruolo o per gratificare certi sentimenti in certi giorni dell’anno, ma per incontrare una Persona, con tutte le «scandalose» conseguenze che derivano dalla sua amicizia, è probabile che comincerà qualcosa di autentico.