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In margine all’anniversario della Vittoria

Ricordo un vecchio tedesco, proprietario di un agriturismo con annesso allevamento di cavalli. Mi avevano sistemata presso di lui i proprietari del castello Gut Böckel, dove Rilke scrisse la Quarta Elegia duinese (estate del ‘17). Mi avevano invitata a leggere dei versi durante il Festival rilkiano.

Ma dicevo del vecchio. Conversando durante la colazione, mi raccontò che aveva combattuto a Stalingrado. Dopo la guerra lui, figlio di contadini, aveva avuto successo come allevatore di cavalli. Era anche capo del consiglio parrocchiale. Mi portò a vedere la vecchia chiesa romanica, e mi mostrò nel cortile il monumento che aveva posto lui stesso, dedicato a tutti i soldati di quella contrada caduti in Russia. Sopra l’elenco dei nomi era scritto a grandi lettere: «GOTT VERGIB UNS» – Dio, perdonaci.

Questa guerra, nella nostra storia, è un nodo tragicissimo che non si può né tagliare né sciogliere.
Varie cose vi si intrecciano. Abbiamo liberato il paese dagli invasori, vero; e il mondo dalla potenza nazista, vero. Ma questa è diventata anche la vittoria del regime. Che la interpreta esclusivamente in questo senso. Non si concepisce neppure che esista la posizione «per la patria contro il regime». Sarebbe come dire «e anche contro la patria» (vedi i partigiani di Vlasov).

Fino a che punto i combattenti si rendevano conto di combattere contro il «fascismo», ossia contro il nazional-socialismo, e non contro la perfida Germania (come un tempo contro Napoleone)? Non molto, credo. In URSS era impossibile sapere cosa fosse veramente il nazional-socialismo. Il film «Normale fascismo» fu un vero shock per molti quando erano già passati molti anni dalla guerra.
E così, questa fu la salvezza per quello stesso regime che durante la guerra trattò con ferocia bestiale i propri soldati e tutta la popolazione, e che subito dopo la vittoria intraprese nuove repressioni.

Sedakova



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