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Il mestiere sacro. Ritratti filosofici

Vladimir Zelinskij
Il mestiere sacro. Ritratti filosofici
Aletejja, Sankt Peterburg 2017, pp. 400

«Un libro è come una casa in cui l’autore invita i propri ospiti. E lui per primo va loro incontro» – scrive Vladimir Zelinskij nell’incipit dell’introduzione al suo libro uscito in russo, a raccogliere il lavoro di molti anni. E davvero, non avrebbe potuto scegliere parole più pregnanti per esprimere la vera natura di ogni atto autenticamente filosofico: ciò di cui l’autore parla non è l’indagine intellettuale di un oggetto passivo, ma l’incontro tra due soggetti, entità vive in continuo dialogo tra loro.

Vjačeslav Ivanov, Michail Geršenzon, Pëtr Čaadaev, Aleksandr Blok, Lev Šestov, Nikolaj Berdjaev, Semën Frank, Martin Heidegger, Jakov Golosovker, Hegel, Olivier Clément: per Zelinskij sono più che pensatori, filosofi, artisti – termini che in un certo qual modo sembrano già introdurre una distanza – ma ospiti, presenze incontrate, vissute, accolte, lasciate entrate oltre la soglia della propria casa: «compagni di strada, maestri, oppositori», divenuti nel tempo pietre miliari della sua traiettoria esistenziale e dunque anche intellettuale.
Grande è il debito dell’autore verso di loro: giovane e promettente studioso, già avviato a una «brillante» carriera, e incamminato sulla via larga del filisteismo di Stato – dove non si può fare un metro senza prostrarsi in un rispettoso inchino agli idoli di regime, – egli scopre improvvisamente la possibilità di un pensiero che va oltre la cortina soffocante delle ideologie ufficiali, una boccata di aria pura che lo inebria una volta per sempre: «non avrei più potuto respirare in maniera diversa» ricorda. Decisiva in questa riscoperta del libero pensiero anche la testimonianza “negativa” di tre filosofi allora viventi: Aleksej Losev e Merab Mamardašvili e soprattutto Eval’d Ilen’kov. Di quest’ultimo in particolare – osservato con occhi di bambino perché suo vicino di casa negli anni dell’infanzia – rammenta la disperazione che traspariva dalla sua figura e da ogni suo atto, e che lo spingerà al suicidio nel 1979: «Spesso emanava da lui un forte odore di alcol, e una incomprensibile pena, che lo tormentava dentro. (…) Per quanto posso capire, il vicino-filosofo era un paladino della vera purezza del marxismo in un sistema in cui il marxismo era ormai solo un rullo compressore ideologico, al cui volante era seduta la mummia di Marx». Proprio la disperazione di questo «martire» fungerà da monito contro il pensiero filisteo, e sarà decisivo nella scelta della strada intellettuale di Zelinskij.

Cosa lega tra loro i protagonisti di questi ritratti? Con che diritto possono alloggiare sotto lo stesso tetto uomini dai caratteri e dai pensieri così diversi? Il fatto è che tutti – scrive Zelinskij – in un modo o nell’altro si sono avvicinati al Roveto Ardente, i loro occhi hanno sfiorato il Mistero ultimo dell’essere; sia che l’abbiano accolto, sia che si siano voltati dall’altra parte, portano comunque impresso il Suo indelebile marchio, una traccia, un’ombra, e non possono più accontentarsi di una filosofia tesa solo a nutrire se stessa o a giustificare un potere. Il loro pensiero e la loro arte sono veramente «mestiere sacro», perché qualunque forma o carattere abbiano assunto, continuano a tornare al bagliore di quel Roveto, o a rimanere al riparo della Sua ombra. E nell’incontro con loro, l’autore coglie una somiglianza, una comunanza ultima, la compartecipazione a quel Mistero che tutti abbraccia e sovrasta: «Dietro ognuno di questi testi c’è l’incontro con compagni di strada, maestri, oppositori, – scrive citando Skovoroda – testimoni di qualcosa che abbiamo vissuto insieme o separatamente. L’incontro è la scoperta di quel principio che unisce gli uomini in profondità, la compartecipazione a un avvenimento in cui domina l’invisibile». E l’invisibile, chiosa l’autore, confina con Dio. Di fatto, la serie di ritratti filosofici ricorda molto da vicino quel ritorno degli intellettuali sotto le volte del tempio, che buona parte del pensiero filosofico russo auspicava. E ospitando questi sacri artigiani sotto il suo tetto, in fondo Zelinskij non fa altro che spalancarlo alle profondità infinite del cielo.